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Monday, July 16, 2018


La  guerra  commerciale:  Trump  cede  il  posto  di  prima superpotenza?

“Se il presidente Obama avesse fatto la stessa cosa.... avremmo strillato a squarciagola che lui stava distruggendo l'agricoltura americana”. Questa la reazione di Dagen McDowell, della Fox News, mentre commentava i dazi imposti da Donald Trump che hanno causato ritorsioni dalla Cina su prodotti americani. La Cina ha indirizzato i suoi dazi su prodotti agricoli come la soia che avranno un effetto devastante sui produttori americani.
Il governo cinese ha accusato Trump di avere scatenato “la più grande guerra commerciale della storia”. Anche il Canada, il Messico e l'Unione Europea ne hanno risentito. La strategia di Trump sembra consistere di minacce rasenti al bullismo, sostenendo che anche se le sue azioni vengono classificate una guerra commerciale, non fa niente perché secondo lui “si possono vincere facilmente”.
Le analisi di Trump sono superficiali basate su impressioni ovviamente incomplete. Il 45esimo presidente, per esempio, non include nei suoi calcoli gli scambi di servizi commerciali sul software, cinema, turismo, servizi legali, ecc. in cui gli Stati Uniti hanno un bilancio molto positivo in comparazione ad altri paesi. Inoltre Trump ignora parecchi settori che l'America ha deciso di proteggere con alcuni dazi poco noti. Per esempio, l'America impone un dazio di 25 percento sull'import di camioncini. Fu stabilito dal presidente Lyndon Johnson nel 1963 ma è tuttora in vigore, come ci fa notare un editoriale del New York Times.
Trump parte da un principio semplicistico che ha ripetuto fino alla nausea nella sua campagna elettorale e che continua a tenere vivo nella sua presidenza. Gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale con alcuni paesi e quindi bisogna fare cambiamenti usando la forza invece di discutere, stabilendo rapporti internazionali. Dopo avere imposto dazi al Messico, Canada e l'Unione Europea, il 45esimo presidente ha continuato con la Cina senza però toccare le aziende cinesi che fabbricano i prodotti della compagnia della figlia Ivanka.
I dazi imposti alla Cina sono concentrati su dispositivi medici e centinaia di prodotti e parti destinati a aerei per un valore di 34 miliardi di dollari. Il governo cinese ha controbattuto imponendo dazi su prodotti agroalimentari, incluso semi di soia, mais, grano, carne di manzo e di maiale, pesce, formaggi, ecc. Le scelte cinesi non sono state fatte a caso. Questi prodotti vengono principalmente da contee americane vinte da Trump nell'elezione del 2016. Reagendo a questi dazi cinesi, il 45esimo presidente ha già annunciato ulteriori dazi di 200 miliardi su frutta, verdure, borsette, frigoriferi, impermeabili ecc.
Alcuni analisti hanno spiegato i dazi di Trump come una strategia per esercitare pressione sugli alleati e la Cina. Sembra però un comportamento da bullo la cui intenzione è di sconfiggere l'avversario e persino umiliarlo. L'imposizione di dazi rappresenta una visione miope dei rapporti internazionali poiché non riconosce che tutti dovrebbero uscirne soddisfatti. Gli aumenti dell'attività commerciale aiutano tutti i paesi e tendono a ridurre le enormi diseguaglianze economiche. Questa tendenza contribuisce anche alla stabilità globale e la pace. Trump dovrebbe tenerlo presente. Nel suo recente vertice con il leader coreano Kim Jong-un a Singapore il 45esimo presidente ha tentato di incorporare la Corea del Nord nel commercio internazionale e allontanarla dalla produzione di armi nucleari per ridurre le tensioni. In effetti, ha cercato di convincere la Corea del Nord a fare esattamente quello che ha fatto la Cina dopo il tramonto del regime di Mao. Il fatto che la Cina abbia abbracciato, anche se non completamente, il sistema capitalista, ha contribuito notevolmente a ridurre le tensioni globali. È meglio per tutti quando la concorrenza avviene nel mondo del commercio invece che in quello degli armamenti.
Trump si è spesso dichiarato grande negoziatore ma in realtà da presidente ha fatto moltissimo per isolare gli Stati Uniti non solo da paesi avversari ma anche dai tradizionali alleati. I suoi rapporti con gli altri paesi occidentali sono stati caratterizzati da incertezza e una notevole mancanza di collaborazione. La politica estera di Trump in quasi due anni di mandato ha delegittimato le alleanze tradizionali e le istituzioni formate in grande misura dagli Stati Uniti per creare collaborazione e promuovere la pace nel mondo.
Trump invece vede tutti i rapporti in termini di nemici da sconfiggere senza capire il serio problema di un'escalation di tensioni commerciali. I dazi imposti fino ad oggi non hanno avuto un impatto molto negativo. L'economia americana, ereditata da Obama, continua ad andare bene e quindi al momento non si prevedono grossi effetti negativi. Un'escalation però potrebbe fare sprofondare l'economia in una crisi forse più grave di quella del 2007-2008.
Al di là delle ombre economiche preannunciate dai dazi la politica di America first di Trump non solo tende all'isolamento ma cede allo stesso tempo il ruolo di superpotenza economica e politica. Si tratta di un risultato che fa sorridere i leader autoritari come Vladimir Putin che vedono ampliata la legittimità dei loro sistemi politici. Allo stesso tempo apre la porta alla Cina, potenza economica emergente, a occupare lo spazio di leader lasciato dagli Stati Uniti. La Cina infatti, con una crescita del 6,5 percento, continua ad ampliare i suoi mercati, usando la diplomazia, per creare alleanze anti-americane, divenendo in effetti il nuovo campione del libero scambio.
La condotta di Trump con i dazi e i suoi atteggiamenti sulla Nato hanno isolato l'inquilino della Casa Bianca non solo dagli alleati esteri ma anche interni. Il Senato ha votato (81-11) una bozza di legge che impedirebbe a Trump di usare la sicurezza nazionale come ragione per imporre dazi. In un secondo voto (92-2) il Senato ha ribadito il suo supporto per la Nato mandando un messaggio agli alleati che Trump non è il dittatore degli Stati Uniti e deve fare i conti anche con la legislatura.



Friday, July 06, 2018

La  Corte  Suprema  sterza  a  destra?

“Mi sento onorato che abbia scelto di farlo durante il mio mandato”. Con queste parole Donald Trump commentava in un comizio nel North Dakota la decisione di Anthony Kennedy di ritirarsi dalla Corte Suprema nella quale aveva servito per trenta anni.

I giudici sono nominati per ragioni politiche che loro stessi, nonostante la rispettabilità tipica dei magistrati, manifestano mediante il timing del loro ritiro. Un giudice nominato da un presidente repubblicano fa del tutto per lasciare la Corte Suprema durante una presidenza dello stesso partito nel malcelato tentativo di vedersi reincarnato da una giovane copia di se stesso.

Ovviamente l'età va presa in considerazione. Kennedy ha 81 anni e quindi più che maturo per la pensione considerando che in molte professioni si sarebbe già fatto una ventina di anni prima. Con un presidente repubblicano senza garanzie di un secondo mandato, Kennedy avrà scelto di lasciare per togliere la possibilità a un presidente democratico di nominare il successore. Ovviamente, la ragione ufficiale per il ritiro è che vuole passare più tempo con la famiglia.

In una situazione diversa si trovano invece Ruth Bader Ginsburg (85 anni) e Stephen Breyer (80) nominati da presidenti democratici, i quali faranno del tutto per togliere a un presidente repubblicano l'opportunità di nominare i loro successori. Si ricorda ovviamente che a volte si possono avere “sorprese” come ci testimonia il caso di Antonin Scalia, giudice molto conservatore, morto inaspettatamente nel 2016 all'età di 79 anni. Barack Obama ebbe l'opportunità di sostituirlo con un giudice di tendenze diverse scegliendo Merrick Garland, moderato ma pendente a sinistra. I repubblicani che controllavano il Senato decisero però di non considerarlo per la conferma con la scusa che un presidente alla fine del suo mandato non merita il diritto di nominare giudici della Corte Suprema. Con l'elezione di Trump sono riusciti a confermare Neil Gorsuch nominato dal nuovo presidente.

Se la conferma di Gorsuch non ha avuto un cambiamento notevole alle decisioni della Corte Suprema poiché Kennedy ha continuato ad agire da ago della bilancia fra quattro giudici conservatori e altrettanti tendenti a sinistra, il nuovo giudice potrebbe spostare il baricentro della Corte decisamente a destra con un impatto determinante per molti anni. Trump ha già dato indicazioni che nominerà un conservatore che potrebbe ribaltare alcune decisioni storiche come quella di Roe Vs. Wade, che dal 1973 garantisce l'aborto.

Mitch McConnell, il presidente del Senato ha dichiarato la sua intenzione di procedere con la conferma del giudice che Trump nominerà tempestivamente. La situazione è però incerta. Persino la scelta dell'inquilino alla Casa Bianca ha già diviso i repubblicani. Uno dei più papabili, il giudice Brett Kavanaugh, ha suscitato preoccupazioni agli elementi di estrema destra che lo vedono poco affidabile in parte per i suoi legami storici con la famiglia degli ex presidenti Bush che ha pubblicamente preso le distanze da Trump. Più pericolosa per ribaltare Roe Vs. Wade sarebbe un'altra possibile nominata, Amy Coney Barrett, la quale in un articolo del 1998 ha scritto che se i criminali meritano la giusta punizione “i non nati sono vittime innocenti”.

Ma chiunque sia la scelta di Trump il candidato alla Corte Suprema dovrà essere confermato, scatenando ovviamente una dura battaglia al Senato. I democratici sono in minoranza e quindi avranno poche chance di creare un'opposizione efficace. Chuck Schumer, il leader democratico, ha però dichiarato che se Obama non aveva il diritto di nominare un giudice per la Corte Suprema perché era a fine mandato e bisognava aspettare il risultato dell'elezione presidenziale del 2016, adesso bisogna fare la stessa cosa e aspettare l'esito dell'elezione di midterm.

McConnell dissente, anche se non avrà il terreno spianato per la conferma. La maggioranza repubblicana al Senato (51-49) non gli permette di fare sbagli come è avvenuto con la fallita revoca di Obamacare, la legge sulla sanità approvata da Obama. Al momento, infatti, con l'assenza di John McCain che sta curandosi di una seria malattia in Arizona, McConnell avrà bisogno di tutti i voti dei senatori repubblicani. Due di loro però, Lisa Murkowski (Alaska) e Susan Collins (Maine) hanno già dichiarato la loro preoccupazione per il possibile pericolo di revocare la legge sull'aborto che un nuovo giudice molto conservatore potrebbe causare. Questa possibilità ha già mobilitato gruppi di lobby di sinistra che mirano a spendere milioni di dollari per convincere Murkowski e Collins a opporsi a nomine che potrebbero mettere in pericolo il diritto all'interruzione della gravidanza.

Il ritiro di Kennedy offre una buona opportunità ai repubblicani di consolidare la maggioranza alla Corte Suprema. Trump però potrebbe nominare un moderato poco diverso da Kennedy spianando la conferma al Senato, attirando alcuni voti di senatori democratici conservatori, ma con ogni probabilità sceglierà un individuo conservatore. Dopotutto il 45esimo presidente deve ricompensare quegli elettori che hanno votato per lui solo per le sue promesse di nominare giudici conservatori alla Corte Suprema.

In tal caso i democratici dovranno sperare che uno dei cinque giudici conservatori prenda il posto di Kennedy come ago della bilancia. C'è già un candidato in questo senso. John Roberts, il presidente della Corte Suprema, ha già fatto questo ruolo nella sentenza del 2012 sulla legalità di Obamacare nella quale lui si è allontanato dai colleghi conservatori, beccandosi duri insulti da Trump. Roberts è conservatore ma da presidente della Corte Suprema si preoccupa anche di mantenere la legittimità delle toghe cercando di confermare l'indipendenza dei magistrati nell'opinione pubblica americana. Una Corte Suprema dominata da una forza politica schiacciante farebbe perdere la fiducia nel terzo ramo del governo americano, che spesso è chiamato a fare da arbitro su questioni di vitale importanza.



Tuesday, July 03, 2018



Il pianto dei bambini sconfigge Trump?

“Stiamo cambiando da bambini in gabbia a famiglie intere ingabbiate”. Questa la reazione di Cory Smith, leader di Kids in Needs, un gruppo dedicato alla difesa dei diritti di bambini. Smith commentava l'ordine esecutivo di Donald Trump che mette fine alla separazione dei bambini dai loro genitori, detenuti mentre cercano di entrare negli Stati Uniti.
Smith ha ragione che la marcia indietro del 45esimo presidente sulla tragica situazione dei bambini rappresenta semplicemente un lieve miglioramento. Ciononostante ci rivela la completa falsità della politica di Trump basata su una realtà inventata dalla America first che si confronta con la complessa questione dell'immigrazione.
Arrabbiato con i numeri crescenti di entrate non autorizzate dal confine col Messico, Trump ha deciso di mettere in atto una tolleranza zero. La nuova politica ha decretato che chiunque entri illegalmente negli Usa è reo di “felony”, un reato maggiore, invece del tradizionale “misdemeanor”, reato minore punibile solo di deportazione. Una volta iniziata la tolleranza zero la gente entrata nel Paese richiedente asilo è stata dichiarata criminale e quindi meritevole di carcere. Come tutti gli altri criminali i migranti hanno subito la separazione dei loro bambini dalle loro braccia per andare a finire affidati al Department of Homeland Security. Dall'inizio della pratica di tolleranza zero 2300 minori sono stati separati dai genitori che secondo la legge, dopo una detenzione massima di 20 giorni, devono essere affidati alla cura di famiglie.
L'implementazione del programma tolleranza zero ha colto il governo impreparato a fare fronte alla situazione delle famiglie ma anche a quella politica. Trump aveva dichiarato che la legge, secondo lui approvata dai democratici, gli legava le mani. Inventare che un partito approvi le leggi è una delle tante fake news di Trump. Le leggi le approva il governo senza nessuna etichetta di partito. Ma al di là di questa falsa asserzione quella ancora più falsa era che solo il Congresso poteva cambiare la politica di separazione dei bambini dai loro genitori.
Chuck Schumer, il leader della minoranza democratica al Senato, aveva invece detto che la tolleranza zero e la conseguente separazione dei bambini dai loro genitori entravano nei poteri del presidente. Si poteva risolvere con una semplice telefonata presidenziale. Alla fine, Trump, sconfitto dall'ottimo lavoro dei mezzi di comunicazione, ciò che lui chiama le fake news, si è dovuto arrendere. L'audio e i video strazianti dei bambini che piangono inconsolabilmente ha costretto l'America a reagire.
Persino la first lady Melania Trump ha parlato contro la tolleranza zero dicendo che si devono rispettare le leggi ma bisogna farlo “con il cuore”. Le quattro ex first lady viventi hanno anche loro aggiunto le voci e il 45esimo presidente ha fatto quel che rarissimamente fa. Ha fatto marcia indietro. Avrebbe potuto risolvere il tutto con una telefonata oppure uno dei suoi tweet che tanto gli piacciono, ma ha deciso di usare un ordine esecutivo per porre fine alla separazione dei bambini dai loro genitori.
Trump ha capito di avere capitolato ma si è subito ripreso per tornare alla campagna elettorale anti-immigrati. Due giorni dopo avere firmato l'ordine esecutivo per non separare i bambini dai loro genitori, il 45esimo presidente ha invitato alla Casa Bianca un gruppo di familiari che hanno perso un loro caro per causa di reati commessi da immigrati non autorizzati. Il messaggio è chiaro. Le uniche vittime sono americane e l'immigrazione irregolare rappresenta un pericolo alla sicurezza.
I fatti però ci dicono però che gli immigrati, autorizzati o no, commettono meno reati degli americani nati negli Usa. Uno studio del Cato Institute, organo conservatore fondato dalla Charles Koch Foundation, ha analizzato i reati commessi nello Stato del Texas e ha scoperto che il tasso di condanne nel 2015 per gli immigrati era inferiore dell'ottantacinque percento in comparazione agli americani nativi. Un altro studio condotto da Michael Light (University of Wisconsin) e Ty Miller (Purdue University) ha scoperto che le zone con immigrati non autorizzati hanno meno crimini. Il senso comune ce lo confermerebbe. Gli immigrati, autorizzati e no, hanno paura di commettere reati sapendo molto bene che potrebbero anche condurre alla deportazione.
L'amministrazione di Trump non ha solo dimostrato poco cuore con la sua tolleranza zero ma ha anche reso manifesta la mancanza di preparazione nelle sue politiche. Il Dipartimento di Giustizia e quello della Homeland Security non hanno previsto le conseguenze della tolleranza zero e gli effetti sulle famiglie. Al momento di scrivere queste righe siamo informati che dopo la denuncia dell'American Civil Liberties Union un giudice della California ha ordinato la ricongiunzione delle famiglie di immigrati entro 30 giorni. Nel caso di bambini al di sotto di 5 anni l'ordine esecutivo di Trump dovrà essere messo in pratica entro 14 giorni.
I flussi migratori non sono un problema americano poiché esiste in molte altre parti del mondo. Trump e gli altri populisti hanno risposte facili al dilemma rivelando che non hanno né studiato la situazione né l'hanno capita. In America molti dei migranti vengono dal Guatemala, El Salvador e Honduras, paesi con un tasso molto alto di criminalità dove la gente rischia la vita quotidianamente. La giornalista Sonia Nazario, vincitrice di un Premio Pulitzer, ha accompagnato uno di questi giovani migranti nel suo viaggio agli Stati Uniti descrivendolo attentamente in un libro. Il loro viaggio agli Stati Uniti non è affatto “una passeggiata a Central Park” come lo ha descritto Trump. Il sessanta percento delle donne che intraprendono l'odissea sono stuprate. Subiscono altri crimini e poi una volta arrivati alla frontiera, la fine dell'odissea, vengono separati dai loro bambini e messi in gabbie separate.
Le soluzioni ai problemi dell'immigrazione esistono ma vanno al di là dei semplici slogan populisti. Il presidente statunitense però si interessa poco alle soluzioni. Dopo avere dichiarato che firmerebbe qualunque disegno di legge sull'immigrazione che sarà approvato dalla legislatura ha cambiato idea. Nella sua ultima dichiarazione ha consigliato alla legislatura di lasciare perdere e rimandare tutto a dopo le elezioni di midterm. Trump non ha nessuna intenzione di governare. Meglio la campagna politica costante che gli produce di più e mantiene la completa fedeltà della sua base.






Sunday, June 24, 2018


La  grazia  presidenziale:  include  anche l'autoassoluzione  per  Trump?


“Ho il potere assoluto di concedermi LA GRAZIA (sic), ma perché dovrei farlo se non ho commesso nessun reato?” Così Donald Trump in uno dei suoi recenti tweet dichiarandosi in effetti in possesso di poteri assoluti incluso quello di autoassolversi. Si trattava di annunciare a tutti e specialmente a Robert Mueller, il procuratore speciale del Russiagate, che lui, da presidente è intoccabile.
Difficile sapere se il 45esimo presidente ci crede davvero. L'uso del termine “grazia” però è ricco di messaggi soprattutto per gli individui indagati dal procuratore speciale suggerendo che meglio non cooperare con Mueller perché il presidente degli Stati Uniti potrebbe fornire la scappatoia e far loro evitare il carcere.
Non ha funzionato però con Paul Manafort, ex direttore della campagna elettorale di Trump, il quale è indagato da Mueller e si trova adesso in carcere. Manafort, come si ricorda, è stato accusato di 12 reati incluso “cospirazione contro gli Stati Uniti”. Dall'ottobre del 2017 si trovava agli arresti domiciliari ma nelle ultime settimane aveva evidentemente cercato di influenzare alcuni testimoni coinvolti nel Russiagate. Mueller ha riportato e il giudice Amy Bernan Jackson ha deciso di revocare i domiciliari mettendo Manafort in carcere mentre egli attende non uno ma bensì due processi, uno a Alexandria, Virginia e l'altro a Washington D.C.
Manafort non ha cooperato con Mueller ma Trump non ha voluto intervenire e concedergli la grazia per reati che il suo ex direttore della campagna elettorale avrà commesso. Si crede, erroneamente che, la grazia viene concessa dopo la condanna, ma in realtà può avvenire prima. È successo in parecchi casi. Il più facile di ricordare è la grazia concessa dal presidente Gerald Ford al suo predecessore Richard Nixon nel 1974 per reati che questi avrebbe commesso da presidente. Trump non ha concesso la grazia a Manafort e sembra poco propenso a farlo come ci farebbe credere la sua dichiarazione che il suo ex collaboratore aveva lavorato per lui “solo brevemente” e non aveva avuto un ruolo determinante nella sua elezione.
Trump però nelle ultime settimane ha dimostrato che non esiterebbe a usare i suoi poteri di concedere la grazia. Lo ha fatto per il pugilista Jack Johnson e l'opinionista Dinesh D'Souza. Ha anche graziato Alice Marie Johnson dietro richiesta di Kim Kardashian West. Il Washington Post cita un funzionario della Casa Bianca informandoci che Trump adesso è “ossessionato” con il suo potere di concedere la grazia divenuta “una delle sue cose favorite”.
L'idea di mantenere viva la possibilità della grazia come scappatoia è stata reiterata da Rudolph Giuliani, uno degli avvocati di Trump per il Russiagate. L'ex sindaco di New York sembra avere assunto il compito di portavoce e opinionista del presidente sulla questione delle indagini di Mueller poiché è spesso attivo in vari programmi televisivi, radio e giornali. In un'intervista al Daily News, Giuliani, parlando del Russiagate, ha dichiarato che alla fine tutte queste “cose saranno spazzate via con alcune grazie presidenziali” ripetendo il messaggio a ex collaboratori di Trump attualmente indagati da Mueller di non cooperare. Ciononostante parecchi di loro hanno già confessato di avere commesso reati ed alcuni di loro stanno cooperando con gli investigatori per potersi ridurre o eliminare la possibilità del carcere. Il messaggio di non cooperare con la possibile grazia è valido anche per l'ex avvocato di Trump, Michael Cohen, il cui ufficio è stato perquisito dalla Fbi, sequestrando numerosi documenti potenzialmente compromettenti anche per Trump. Cohen, secondo la Cnn, sarebbe disposto a cooperare con Mueller sentendosi isolato dal presidente che lui aveva servito con assoluta fedeltà ma adesso apparentemente senza speranze di una grazia presidenziale.
Trump si aspetta fedeltà dai suoi collaboratori senza però dimostrare reciprocità come ci fanno capire i licenziamenti a raffica durante la sua amministrazione. Ma anche con i collaboratori attuali Trump ha rapporti che a volte ricevono complimenti effusivi ma anche rimproveri pubblici come nel caso di Jeff Sessions, il procuratore generale, e Kirstjen Nielsen, direttrice del Dipartimento di Homeland Security.
Il suggerimento di Trump dell'autoassoluzione ha avuto anche l'effetto di ricordare agli individui indagati da Mueller i supremi poteri presidenziali suggerendo addirittura una certa vicinanza monarchica del 45esimo presidente. In realtà, la questione del presidente di concedersi la grazia non è mai stata suggerita da nessun predecessore di Trump. La sua legalità è anche in dubbio. Laurence Tribe, Richard Painter e Norman Eisen, tre autorevoli avvocati costituzionalisti, hanno scritto nel Washington Post che la legge proibisce al presidente di autoassolversi di qualsiasi reato e per prevenire il suo impeachment e incriminazione. Jonathan Turley e Richard Posner, altri autorevoli costituzionalisti, sostengono che Trump potrebbe autoassolversi per reati eccetto nel caso dell'impeachment.
Sarebbe improbabile immaginare che Trump si autoassolvi ma in tal caso la questione andrebbe a finire alla Corte Suprema. Che cosa deciderebbero i 9 giudici diventa impossibile prevedere. Di certo i padri fondatori non volevano fare del presidente un sovrano con poteri assoluti monarchici. Ciò non sarebbe dispiaciuto a Trump il quale ha espresso ammirazione per leader autoritari il cui potere si avvicina all'assolutismo. La costituzione americana ha però i suoi contrappesi per non cadere nel sistema assolutista dal quale i padri fondatori vollero allontanarsi. Una vittoria democratica alle elezioni di midterm questo novembre potrebbe mettere alla prova i poteri del presidente ma soprattutto dimostrarci che nonostante la sua fragilità il sistema democratico può reggere.

Saturday, June 16, 2018



Trump  attacca  stampa  e  Trudeau  ma  assolve  Kim


“Lo faccio per screditare tutti voi e umiliarvi tutti in modo che quando scrivete storie negative su di me nessuno vi crederà”. Questa è stata la dichiarazione di Donald Trump a Leslie Stahl, storica giornalista del programma 60 Minutes della Cbs. La Stahl ha reso nota l'informazione in un'intervista concessa a Judy Woodruff, un'altra autorevole giornalista della Pbs, durante la cerimonia di un premio giornalistico all’Harvard Club di New York. La frase di Trump risale a un'intervista subito dopo la vittoria presidenziale del tycoon nel novembre del 2016.
La strategia di Trump era già nota anche agli osservatori casuali. Attaccare la stampa produce ottimi dividendi per la destra che vede i media pendenti a sinistra e quindi nemici da sconfiggere. Trump ne ha fatto un'arte mettendo in discussione le notizie dei giornali e media americani più autorevoli con effetti alla luce del giorno. Secondo un sondaggio, tre su quattro americani credono che gli organi di stampa riportano fake news. Un altro sondaggio ci informa che il 42 percento degli elettori repubblicani crede che anche le notizie vere, ma di contenuto negativo, fanno parte delle fake news. In sintesi, il 45esimo presidente ha fatto un “ottimo” lavoro a screditare i media.
L'inquilino della Casa Bianca usa la stessa strategia per screditare i suoi avversari incluso individui, alleati e istituzioni democratiche. Trump, per esempio, ha attaccato i vertici del dipartimento di giustizia e la Fbi che lui stesso ha nominato. Per delegittimare l'indagine del Russiagate che sta investigando l'interferenza russa sull'elezione americana del 2016, Trump ha minato la reputazione di quelli coinvolti a mettere luce sulla questione. Per Trump, non c'è stata nessuna collusione della sua campagna elettorale con i russi senza però offrire prove. Il 45esimo presidente non solo rifiuta la realtà obiettiva testimoniata dall'intelligence americana ma si ricrea la propria che cerca invano di renderla credibile.
Poco prima del vertice del G7 l'attuale inquilino della Casa Bianca ha bisticciato al telefono con Justin Trudeau, primo ministro del Canada, sulla questione dei dazi e la sicurezza nazionale. Il leader canadese aveva espresso il suo disappunto per i dazi imposti sull'acciaio e alluminio spiegando che il suo Paese ha una lunga tradizione di alleanza con gli Stati Uniti. Trump al telefono però ha ribattuto accusando i canadesi di avere bruciato Washington nella guerra del 1812. Solo un piccolo problema. Il Canada non esiste come Paese fino al 1867. I fatti importano poco per Trump che li ricrea per i suoi bisogni.
Al vertice del G7 Trump ha anche fatto arrabbiare gli altri leader rifiutandosi di firmare il documento finale, aumentando le distanze dagli alleati europei, il Canada e il Giappone. Il 45esimo presidente aveva lasciato il vertice un giorno prima della conclusione ma dal suo aereo ha mandato dei tweet in cui ha aumentato il volume accusando Trudeau di tradimento. Più aspra ancora la reazione del suo consigliere economico Peter Navarro il quale ha dichiarato in un'intervista che “c'è un posto speciale all'inferno” per i leader che tradiscono Trump.
Il 45esimo presidente ha continuato a crearsi la propria realtà nel suo incontro con il leader coreano Kim Jong-un nel vertice a Singapore. Come si ricorda, i due si erano insultati a vicenda solo pochi mesi fa con minacce reciproche suggerendo una situazione di crisi con possibilità disastrose. Il loro incontro però ha indicato un dietrofront totale. Trump ha caricato Kim di lodi classificandolo di “molto talentoso, onorevole, molto aperto” e di avere stabilito in pochissimo tempo “un eccellente rapporto”.
Trump dimentica che Kim ha abusato i suoi concittadini mettendo in carcere i suoi avversari politici, torturandone alcuni, facendo soffrire di fame il suo popolo per costruirsi le armi nucleari e riducendo il suo Paese all'estrema povertà. Non aveva nemmeno i soldi per pagare il conto dell'albergo al vertice che è stato coperto dal governo di Singapore. In sintesi, Trump ha “graziato” un fuorilegge isolato dal mondo per la sua condotta abominevole.
Dopo il brevissimo vertice Trump ha dichiarato che non c'è più nessun pericolo di conflitti nucleari nella Corea. Tutto basato sulle parole di Kim che in passato ha detto numerose bugie e non ha mai mantenuto le promesse fatte. Un portavoce del governo iraniano ha però sobriamente dichiarato che non si può avere fiducia su Trump perché “potrebbe stracciare un accordo” in brevissimo tempo come ha fatto con quello del nucleare con l'Iran.
Trump ha esultato dopo l'incontro con Kim ma ha ammesso in una conferenza stampa che forse il vertice non si rivelerà un grande successo e che forse “in sei mesi sarà costretto ad ammettere che si era sbagliato”. Poi, in un momento di rarissima sincerità, il 45esimo presidente ha detto che in tale eventualità non sa “se lo ammetterebbe, ma troverebbe una scusa”. La scusa consiste della sua nuova possibile realtà con la quale discrediterebbe qualcun altro.



World  Cup:  Beyond  the  Soccer  Field


“The truth is that I don't regret for a second scoring that goal with my hand.” With these words revealed in 2005, Diego Maradona confirmed that he had used his hand to score a goal in a game between Argentina and England. The illegal action helped his national team advance to the semi-final stage and eventually win the World Cup in 1986.
Wounds of the Falkland War of 1982 between Argentina and Great Britain were still fresh in 1986 and the soccer game between the two countries took on a symbolic meaning. A few days before the game, a headline in an English paper stated very realistically “Si, Señor, It's War.” It was just a game, of course, but for the Argentines it certainly went far beyond sports. Winning became an opportunity to stick it to the English even through illegal means, although Maradona at the time credited the “hand of God,” for scoring the goal.
The final stages of this year's World Cup are being played in Russia and both England and Argentina are part of the 32 finalists. The two countries are in different groups but assuming that both will advance there is a chance they could meet again for a 1986 rematch.
It would not be the only game in which nationalistic feelings would emerge on the soccer field, as history tells us. When two countries meet in the World Cup it's not just a game since national pride is at stake that goes far beyond the soccer field. In 1966, when England beat Germany in the final game to win the World Cup, many English fans saw a repeat of their win in World War II. In 1988, when Holland defeated Germany in the European championship, delirious Dutch fans threw their bicycles up in the air and shouted that they had got their “bikes back,” a reference to World War II, when the Nazis had confiscated all the bikes in Holland. In 1998 the Iranian national team beat the US counterpart in France. Iranians poured into Tehran streets to celebrate their victory. Neither team eventually won the World Cup but even beating an historical “enemy” in a single game made the Ayatollah Ali Khamenei state that the players had made their nation happy. It was a way of paying back the “Great Satan” for the American support of the Shah and Iraq during their war.
Many of the countries in the final 32 don't have much of a chance to win the World Cup. Yet, even advancing to the quarter finals and in exceptional cases the semi-final stage would be a great victory. In some cases, even beating one of the perennial candidates to the final victory, such as Brazil, Germany, Spain, France, Argentina, and a few others, is the equivalent to winning the final trophy.
Losing to a “small” country can also be a national disaster. In 1966, North Korean players became heroes in their country when they defeated their Italian counterparts. Italian players, on the other hand, were greeted back home by fans who threw lemons at them. A disaster Italian players repeated in this year's Cup in which they failed to qualify for the final stages.
Sadly, soccer fevers engenders enthusiasm in many countries which political leaders exploit for their purposes. Just winning a game against one of these rich countries suggests to a poor or small country, lacking a winning tradition in soccer, that although they may not equal the major soccer power-economically, politically, or in other ways, they can compete in one area. And for a moment they feel that they are better than the defeated country, not just in soccer, but in every other aspect of life. It's not true, of course, but soccer fever is very strong because it is the world sport, something Americans can only understand if we add the popularity of American football, baseball, baseball, and hockey. And the victory on the soccer field boosts the national ego. It's a beginning for positive change in their lives.
It's difficult to predict who will take home the World Cup trophy this year. One country, though, has already won. As the host country, Russia, will be the focus not only of significant media attention but of political legitimacy as well. Although the United States, the European Union, and a number of other countries imposed sanctions on Russia after it took control of Crimea in 2014, FIFA did not follow suit and retained it as the host country. Vladimir Putin, by hosting the games, already won.

Sunday, June 10, 2018


L'immorale  e  inefficace politica  di  Trump  sull'immigrazione


“Non si dovrebbero separare i bambini dai loro genitori...è traumatico e terrificante per i bambini”. Così il conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewett mentre cercava di fare vedere le conseguenze del nuovo provvedimento usato al confine col Messico a Jeff Sessions, il procuratore generale degli Stati Uniti. Sessions aveva annunciato la direttiva come parte della tolleranza zero per limitare il numero dei migranti che cercano di entrare negli Stati Uniti. Sessions ha spiegato che coloro i quali entrano in America senza permesso legale hanno commesso un reato e quindi vanno arrestati e esattamente come in altri casi criminali i figli vengono separati dai genitori.
Sessions si sbaglia che chiunque entri negli Stati Uniti senza documenti sia necessariamente un criminale. Alcuni lo fanno alla ricerca di asilo politico e bisogna dunque determinare la ragione per l'apparente trasgressione. Chiedere asilo politico è un diritto universale. Condannare tutti senza sapere i dettagli non è consistente con la legge americana la quale sostiene innocenza fino a prova contraria. Ciononostante, da quando Donald Trump è alla Casa Bianca, l'Immigration e Customs Enforcement (Ice), l'agenzia incaricata dell'immigrazione, ha condotto una politica aspra con deportazioni che a volte hanno sconvolto famiglie residenti in America da molti anni.
La separazione dei figli da nuovi arrivati alla frontiera è il più recente provvedimento usato come deterrente per ridurre le entrate di gente disperata che spesso fugge alla situazione tragica dell'America Centrale ma anche di altri Paesi costretti a rischiare la vita alla ricerca di un futuro migliore.
La linea dura dell'amministrazione Trump sull'immigrazione però non sta funzionando né dal punto di visto pratico né morale. La separazione dei figli dai genitori, che Sessions condanna prima che vengano giudicati, contrasta con l'idealismo degli Stati Uniti come una nazione di immigrati. Un'idea che l'attuale inquilino della Casa Bianca non ha mai usato nella campagna politica né con la sua amministrazione. La questione degli immigrati per Trump consiste di fermarli tutti perché rappresentano un pericolo per la sicurezza. Difficile capire come gente che sfugge alle guerra e alle gang di narcotrafficanti del'America Centrale possa causare pericoli per gli americani.
La American Civil Right Union (ACLU) ha denunciato il governo americano accusando l'amministrazione Trump di mettere in carcere individui innocenti che cercano asilo politico. Nel frattempo continuano le separazioni dei figli dai genitori con effetti persino imbarazzanti. Quando i figli sono separati dai migranti vengono consegnati a funzionari del Dipartimento Health e Human Services (HSS) che li detiene in centri inadeguati, spesso senza riscaldamento, in media una trentina di giorni. Alla fine verranno dati in affido a delle famiglie che possono prendersene cura. Recentemente si è saputo che 1550 di questi giovani sono scomparsi e il governo non sa dove saranno andati a finire. Alcuni saranno scappati di casa ma altri non hanno risposto alle richieste di informazioni fatte dal HSS. Un pugno nell'occhio all'amministrazione Trump incapace di gestire i figli dei migranti i cui genitori sono stati arrestati come criminali comuni.
La linea dura di Trump con gli immigrati non funziona nemmeno dal punto di vista pratico. L'uso della Guardia Nazionale di parecchi Stati al confine col Messico non ha ottenuto i risultati sperati dall'attuale inquilino della Casa Bianca. Negli ultimi tre mesi il numero di arresti alla frontiera è aumentato a 50 mila, 3 volte le cifre del 2017. Il 45esimo presidente non è dunque affatto contento con Kirstjen Michele Nielsen, il segretario della Homeland Security che include l'Ice, la quale ha considerato dimettersi a causa dei rimproveri in pubblico ricevuti dal suo capo.
Come spesso fa, l'attuale inquilino della Casa Bianca, non accetta responsabilità e cerca di assegnare la colpa ad altri. In un suo tweet Trump ha accusato i democratici delle pessime leggi che causano l'insicurezza alla frontiera. Dimentica ovviamente che lui è il presidente e che il suo partito controlla ambedue le Camere. Se si tratta di cambiare le leggi dovrebbe dunque avere tutte le armi necessarie per farlo. Trump però non ha fatto nulla per migliorare la questione dell'immigrazione usandola invece per creare insicurezza sostenendo che gli Stati Uniti sono sotto assedio dal di fuori.
L'altra sua soluzione ripetuta ad nauseam durante la campagna elettorale è l'idea della costruzione del famoso muro al confine col Messico. I legislatori repubblicani però non lo vedono come soluzione e non hanno stanziato i fondi necessari. Ma anche se il muro fosse costruito non risolverebbe il problema che ha radici molto profonde al di fuori degli Stati Uniti. Inoltre non risolverebbe la questione di tutti gli immigrati irregolari poiché il 40 percento viene in aereo con visto di studente o di turista e poi decide di rimanere negli Stati Uniti. Ma questi “criminali” sono in linee generali europei o canadesi, invisibili all'ottica di Trump.
L'immigrazione nella storia americana è sempre stata una questione spinosissima. Durante l'amministrazione di Barack Obama ci sono stati degli sforzi per risolvere almeno in parte e temporaneamente la questione. Ciononostante, Obama, Democratico, con due Camere controllate dai Repubblicani, fece poco progresso. Trump ha usato la paura creata dalla cosiddetta “invasione” degli emigranti mescolandola al terrorismo ottenendo consensi alle urne come sta avvenendo anche in Europa con i politici populisti. Non ha però fatto nulla per risolvere la triste situazione delle forze politiche e economiche che costringono la gente dell'America Centrale e del Messico ad abbandonare i loro Paesi. Ciò richiederebbe una politica internazionale diametralmente opposta all'egoismo dell'America First auspicata da Trump.

Sunday, June 03, 2018



Le povere doti di Trump come negoziatore



“Abbiamo bisogno di leader che sappiano siglare grandi affari per gli americani”. Così Donald Trump nel 2015 agli inizi della campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti. Per Trump i politici americani non sapevano negoziare per la mancanza di esperienza imprenditoriale che lui invece possiede a iosa.
Negoziare nel mondo degli affari è una cosa ma al livello di politica internazionale si tratta di un'attività molto più complessa che l'inquilino della Casa Bianca non ha ancora capito. La storia recente della sua presidenza ce lo conferma.
Trump ha agito in maniera unilaterale abbandonando il trattato di Parigi sul clima firmato da quasi tutti i Paesi del mondo senza nessuna negoziazione né alcun tentativo al compromesso. Nel caso di NAFTA il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo anche se fino ad adesso non lo ha fatto. Ciononostante, i dazi sull'acciaio e alluminio europei si applicheranno anche al Messico e il Canada. Trump ha anche abbandonato il trattato sul nucleare con l'Iran isolandosi dagli altri sei Paesi firmatari che invece continueranno a seguirlo. Nel caso di affari interni le capacità di negoziare di Trump con il Congresso non hanno prodotto leggi bipartisan. Di nuovo il 45esimo presidente ha agito da solo usando però il suo partito ma mancando l'agognato bersaglio di eliminare l'Obamacare, la riforma sulla sanità, odiatissima dai repubblicani. L'unico “successo” legislativo di Trump consiste della riforma fiscale avvenuta però senza supporto del Partito Democratico per mancanza di capacità negoziatrici del presidente.
Le povere doti di negoziatore di Trump però si stanno confermando appieno ultimamente nelle trattative con la Corea del Nord. I rapporti sono iniziati con attacchi puerili reciproci fra il 45esimo presidente e il leader nordcoreano Kim Jong-Un. Minacce da ambedue le parti sono continuate dandoci l'impressione che ci si era avvicinati alla possibilità di un disastroso scontro nucleare. Poi è emerso il disgelo con la strategia nordcoreana di avvicinarsi alla Corea del Sud che ha servito anche da apertura a Trump. Per riscaldare i motori Kim Jong-Un ha liberato tre prigionieri americani causando grande gioia a Trump il quale ha gradito prendendosi il credito ma ringraziando profusamente il leader coreano. Si era arrivati a stabilire il vertice per il 12 giugno a Singapore, organizzato con la mediazione del presidente sudcoreano Moon Jae-in. Questi ha dimostrato la sua soddisfazione dando però il credito a Trump, suggerendo persino che il presidente statunitense meriterebbe il Premio Nobel per la pace.
La strategia di Trump condotta in parte anche dai suoi subordinati ha rimesso tutto in discussione costringendo il 45esimo presidente a cancellare il vertice ma al momento di scrivere sembra che alla fine si terrà. I nordcoreani avevano dato segnali che Kim Jong-Un non si sarebbe presentato a Singapore per le dichiarazioni di John Bolton, consigliere di Trump sulla sicurezza nazionale, reiterate da quelle del vicepresidente Mike Pence. Ambedue avevano suggerito che nei rapporti con la Corea del Nord gli Stati Uniti potrebbero seguire il modello della strategia libica. Si ricorda che nel 2003 gli Stati Uniti avevano raggiunto un accordo secondo cui la Libia avrebbe abbandonato le sue ambizioni nucleari. Nel 2011 però, Muammar Ghedaffi, il leader libico, perse il potere e fu alla fine ucciso da forze ribelli.
I coreani conoscono molto bene la storia e non hanno preso bene l'asserzione di Pence che se la Corea del Nord non raggiunge un trattato “potrebbe fare la fine della Libia”. Il viceministro di affari esteri coreano Choe Son Hui ha ribattuto dicendo che il vice di Trump è “ignorante e stupido” minacciando allo stesso tempo un “duello nucleare”.
Dopo una recente riunione con il presidente della Corea del Sud Trump ha deciso di cancellare il vertice per impedire a Kim Jong-Un di farlo prima. Trump, però, ha agito in modo conciliatorio annunciando il suo annuncio con una lettera nella quale lasciava la porta aperta a riattivare il vertice.
La negoziazione di trattati internazionali richiede tempo e pazienza che Trump non ha dimostrato di possedere. Si ricorda che il trattato con l'Iran sul nucleare richiese parecchi anni di negoziati. Il 45esimo presidente ci dà l'impressione che lui potrà fare molto meglio e in grande fretta. Kim Jong-Un ha molto prestigio da guadagnare sedendosi al tavolo da pari a pari con il leader della superpotenza globale che altri presidenti americani rifiutarono di fare in assenza di accordi verificabili prestabiliti. Il semplice fatto di avere accettato il vertice consiste infatti di una concessione da parte di Trump. Il problema fondamentale però rimane nella mancanza di credibilità storica dei leader americani. Considerando il fatto che il 45esimo presidente non mantiene la sua parola anche se si raggiunge un accordo, potranno fidarsi i nordcoreani? La loro carta “vincente” si basa sulle armi nucleari che non possiede l'Iran e che Ghedaffi non possedeva nemmeno. Si vedrà fra breve se il vertice fra i due leader si terrà ma con le capacità di negoziatore di Trump c'è poco da sperare anche se la semplice idea del dialogo è un fattore positivo.
Nelle sue attività imprenditoriali Trump ha dichiarato bancarotta sei volte con conseguenze molto serie per le banche e i suoi collaboratori. Gli antecedenti negoziatori del 45esimo presidente lasciano poco da sperare ma almeno il dialogo con la Corea del Nord rimane aperto. Questo è l'aspetto più incoraggiante. Si vedrà se risulterà sufficiente.